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Salute di parole

Si procede per sottrazione, per commozione, per galleggiamento, per strappo, per accensione improvvisa, per frammentazione, in diagonale, in diagonale, a sbranchi, a salti, a volo, ballando, per passione, per gioco, per necessità.

Non una scuola. Non discorsi. Niente retorica. Non l’applicazione di un metodo. Non idee da condividere. Semplicemente una manovra al presente che innalza ciascuno al di sopra di se stesso e lo mette nella eccitante, generosa, coraggiosa condizione di ‘miracolo irripetibile’.
Una manovra che fa luce su ciò che è in divenire e di quello che ha la fragranza, la presenza, l’impersonalità, l’impossibilità di essere esaurienti, l’impossibilità di una consapevolezza a priori.

Lo spettacolo implora una nascita genunina, implora forze che sembrano davvero rette daò genius loci della scena e che non sono altrove se non lì. Non ci si può preparare. Si possono fare esercizi di allerta, perché l’impresa è sempre pericolosa, ma nulla di più.

L’origine è ciò che in noi non smette di nascere. E’ in un passato imprevedibile, cangiante, in un presente sorgivo. Della nascita ha quell’essere punto di contatto con un altro luogo, un altro esserci, un altro non esserci.

E’ la voce sdentata dei morti che d’improvviso ci torna al cuore, si impianta, ci genera di nuovo, appunto, in un giorno qualunque del calendario, con manovra sgemba che sposta gli assi.
(Ma anche questi morti con nomi sfolgoranti e molto amati,pare abbiano l’aria scomposta da randagi e la legge dei compgani di banda).

E la sfumatura di un colore, una pesaggio, un dialetto, un nome, uno spigolo, una faccia, un campo, lo sguardo inerme di un animale, qualcosa che ci assale e ci scaraventa alla sorgente, dove il conoscere è un riconoscere, la percezione di una identità che sbrana il tempo e la forma, la ficca in una scatola piccola, li depone, li irride.

Il sud è un bel luogo. Noi pensiamo all’inverno e a tutta quella luce, a quegli alberi generosi, a quegli uomini e quelle donne preferibili.
La bellezza c’entra sempre quando si parla di arte.
Il sud è il luogo dove  la luce chiama ad una resa.
Il sud è un luogo interiore.

Salute di parole.
Salute di sole.

Mariangela Gualtieri e Cersare Ronconi.
(Teatro Valdoca)

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CLEONICE: Ma qual è la ragione per cui ci ha convocate tutte qui, cara Lisistrata? Che affare è?
LISISTRATA: Grande.
CLEONICE: …è anche grosso?
LISISTRATA: Grosso, sì.
CLEONICE: …e allora come mai siamo così poche?!
LISISTRATA: Ma non quello che pensi tu! Allora sì che ci saremmo tutte da un pezzo! …è una cosa che ho pensato e dibattuto in tante notti insonni.
CLEONICE: A furia di dibatterlo, dev’essere un qualcosa di molto sottile.
Lisistrata, Aristofane

Theseus e Asterion

“E la regina dette alla luce un figlio che si chiamò Asterione”
Apollodoro, Biblioteca III, 1

So che mi accusano di superbia, e forse di misantropia, o di pazzia. Tali accuse (che punirò al momento giusto) sono ridicole.
È vero che non esco di casa, ma è anche vero che le porte (il cui numero è infinito)* restano aperte giorno e notte agli uomini e agli animali. Entri chi vuole. Non troverà qui lussi donneschi ne’ la splendida pompa dei palazzi, ma la quiete e la solitudine.
E troverà una casa come non ce n’è altre sulla faccia della terra. (Mente chi afferma che in Egitto ce n’è una simile.)
Perfino i miei calunniatori ammettono che nella casa non c’è un solo mobile. Un’altra menzogna ridicola è che io, Asterione, sia un prigioniero. Dovrò ripetere che non c’è una porta chiusa, e aggiungere che non c’è una sola serratura? D’altronde, una volta al calare del sole percorsi le strade; e se prima di notte tornai, fu per il timore che m’infondevano i volti della folla, volti scoloriti e spianati, come una mano aperta. Il sole era già tramontato, ma il pianto accorato d’un bambino e le rozze preghiere del gregge dissero che mi avevano riconosciuto. La gente pregava, fuggiva, si prosternava; alcuni si arrampicavano sullo stilobate del tempio delle Fiaccole, altri ammucchiavano pietre. Qualcuno, credo, cercò rifugio nel mare. Non per nulla mia madre fu una regina; non posso confondermi col volgo, anche se la mia modestia lo vuole.

La verità è che sono unico. Non m’interessa ciò che un uomo può trasmettere ad altri uomini; come il filosofo, penso che nulla può essere comunicato attraverso l’arte della scrittura. Le fastidiose e volgari minuzie non hanno ricetto nel mio spirito, che è atto solo al grande; non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall’altra. Un’impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere. A volte me ne dolgo, perché le notti e i giorni sono lunghi.

Certo, non mi mancano distrazioni. Come il montone che s’avventa, corro pei corridoi di pietra fino a cadere al suolo in preda alla vertigine. Mi acquatto all’ombra di una cisterna e all’angolo d’un corridoio e giuoco a rimpiattino. Ci sono terrazze dalle quali mi lascio cadere, finché resto insanguinato. In qualunque momento posso giocare a fare l’addormentato, con gli occhi chiusi e il respiro pesante (a volte m’addormento davvero; a volte, quando riapro gli occhi, il colore del giorno è cambiato). Ma, fra tanti giuochi, preferisco quello di un altro Asterione. Immagino ch’egli venga a farmi visita e che io gli mostri la casa. Con grandi inchini, gli dico: “Adesso torniamo all’angolo di prima,” o: “Adesso sbocchiamo in un altro cortile,” o: “Lo dicevo io che ti sarebbe piaciuto il canale dell’acqua,” oppure: “Ora ti faccio vedere una cisterna che s’è riempita di sabbia,” o anche: “Vedrai come si biforca la cantina.” A volte mi sbaglio, e ci mettiamo a ridere entrambi.

Ma non ho soltanto immaginato giuochi; ho anche meditato sulla casa. Tutte le parti della casa si ripetono, qualunque luogo di essa è un altro luogo. Non ci sono una cisterna, un cortile, una fontana, una stalla; sono infinite le stalle, le fontane, i cortili, le cisterne. La casa è grande come il mondo. Tuttavia, a forza di percorrere cortili con una cisterna e polverosi corridoi di pietra grigia, raggiunsi la strada e vidi il tempio delle Fiaccole e il mare. Non compresi, finché una visione notturna mi rivelò che anche i mari e i templi sono infiniti. Tutto esiste molte volte, infinite volte; soltanto due cose al mondo sembrano esistere una sola volta: in alto, l’intricato sole; in basso, Asterione. Forse fui io a creare le stelle e il sole e questa enorme casa, ma non me ne ricordo.

Ogni nove anni entrano nella casa nove uomini, perché io li liberi da ogni male. Odo i loro passi o la loro voce in fondo ai corridoi di pietra e corro lietamente incontro ad essi. La cerimonia dura pochi minuti. Cadono uno dopo l’altro; senza che io mi macchi le mani di sangue. Dove sono caduti restano, e i cadaveri aiutano a distinguere un corridoio dagli altri. Ignoro chi siano, ma so che uno di essi profetizzò, sul punto di morire, che un giorno sarebbe giunto il mio redentore. Da allora la solitudine non mi duole, perché so che il mio redentore vive e un giorno sorgerà dalla polvere. Se il mio udito potesse percepire tutti i rumori del mondo, io sentirei i suoi passi. Mi portasse a un luogo con meno corridoi e meno porte! Come sarà il mio redentore? Sarà forse un toro con volto d’uomo? O sarà come me?

Il sole della mattina brillò sulla spada di bronzo. Non restava più traccia di sangue.
“Lo crederesti, Arianna?” disse Teseo. “Il Minotauro non s’è quasi difeso.”

1) L’originale dice quattordici, ma non mancano motivi per inferire che, in bocca ad
Asterione, questo aggettivo numerale vale infiniti. [N. d. A.]

Tratto da ‘L’Aleph” di Jorge L. Borges, Edizioni Feltrinelli.

Cose sacre

Quando i greci andavano a teatro, andavano a presiedere un rito. Rimanevano attoniti davanti allo spazio sacro della scena, tutti sacerdoti di loro stessi, tutti lavati nello spirito dal rito della catarsi.
Lo spazio scenico li nutriva col sangue, le lacrime, le risate di pancia e li rinvigoriva. C’era il mistero del dionisiaco.
Il popolo romano ci si recava più leggero: senza preoccupazioni, andava a godere dello spettacolo d’intrattenimento con lo scopo unico di tornare a casa divertito e d’ottimo umore, con la speranza di trovare da far bene, magari,  sotto le arcate dei fornices, che qualche puttana bella e forte si trovava sempre.

Per quello che desidero fare io è necessario muoversi in entrambi i mondi, entrambe le realtà: non è possibile pensare, per quanto mi riguarda, a un’arte della scena – ma non solo, immagino una letteratura, un’arte visiva e, persino, il gioco d’azzardo – che prescinda dal sacro.
La creazione, anche di una cosa minuscola, è sempre un miracolo.
Allo stesso tempo, però, necessariamente, il sacro non deve diventare monumentale, sbattuto sotto gli occhi, rivelato, innalzato, sottolineato per essere adorato.
Sarebbe arrogante.
Deve rimanere sottile e non essere mai preso sul serio, nascosto e non ostentato: non il seggio pesante di Zeus, ma la risata beffarda di Dioniso. Se è vero, almeno, che il sacro è “qualcosa che non si può dire” e  io lo penso.Quello che deve emergere è l’intrattenimento, la gioia per la gioia di seguire una storia, un’emozione, un disegno tracciato, che di colpo si spalanchi su qualcosa che tolga il fiato, per poi chiudersi immediatamente dopo.
Tamen in hoc genere saepe ipse vidi, ut ex persona mihi ardere oculi hominis histrionis videretur. (Cicerone, De Oratore – 11, 193)
Quello che fa venire i brividi è l’accortezza, l’attenzione al dettaglio: è sempre la cura per i particolari che fa squisito uno stile, non è forse vero?
Cicerone osserva con la capacità di osservazione di un bambino, che da adulti diventa sempre più fioca: io ricordo di dettagli importantissimi, nella mia infanzia, che ho finito per dimenticare. Per qualche ragione, poi,  se mi ci imbatto senza pensarci e il ricordo della mia attenzione di bambina mi colpisce come uno schiaffo: la crepa del muro su cui mio padre mi faceva giocare all’equilibrista, che mi rimandava intuitivamente, e senza alcuna ragione apparente al concetto della morte, dell’ineluttabilità: conoscevo il suo percorso e il suo disegno alla perfezione; il profilo del lupo stilizzato che formavano le irregolarità delle piastrelle nel corridoio; il serpente che invece sembra una collana nel ritratto di donna appeso in camera dei miei genitori.
Ogni dettaglio è un universo intero.
I pittori fiamminghi non hanno davvero inventato niente.
Forse hanno domandato ai loro figli.
Per dirla tutta riguardo a questo argomento, si meraviglia Cicerone, spesso ho notato come, dietro la maschera, gli occhi degli attori sembrassero fiammeggianti.

Intanto scopro che detesto la mancanza di cura, non sopporto il “tanto per fare”. Spesso il disagio nasce dall’assenza di dolcezza nell’accostamento dei dettagli, nella non attenzione, nella mancanza tremenda di calore e di piacere. Quando si prepara qualcosa perché va fatta, senza gusto, salta agli occhi la negligenza, l’indifferenza. Dà l’impressione che non ci sia niente di importante di cui curarsi e questo significa che non ci sia nulla di importante in senso più stretto. Così, penso, cadono perfino gli dèi: svuotati dell’amore e dell’attenzione.
E se cadono perfino gli dèi, cosa può succedere a chi è solo umano?
Ultimamente ho spesso questa sensazione, in casa, in famiglia: non importa che le cose vengano fatte al meglio, tanto sono fatte; se un piatto è freddo e poteva invece essere caldo, a chi importa? Se adesso l’azalea è rovinata e i fiori sono sparsi per terra, perchè della sua cura non si è fatto attenzione, che differenza fa, basta spazzare, l’azalea non è sempre lì? Se mi parli, ma non ti guardo negli occhi, non ti ascolto forse lo stesso?
Entro senza bussare dove ti stai spogliando, senza domandare, perchè, ti dà fastidio?
Questo mi sgomenta.
Sento di perdere valore. Per quanto lotti contro questa sensazione e cerchi di razionalizzarne i motivi – vita frenetica, stanchezza, pensieri per la testa – non riesco a non avvertire il disagio, il freddo, la rabbia che questa situazione comporta. Mi paralizza nelle azioni come nei propositi. Mi pietrifica.
Non valendo lo sforzo per coloro che vivono con me, ho la mostruosa sensazione di non valerlo affatto.

Mostro

Un teatro dovrebbe essere sempre colmo di pubblico: il teatro è un mostro e va placato con la folla.