Quando i greci andavano a teatro, andavano a presiedere un rito. Rimanevano attoniti davanti allo spazio sacro della scena, tutti sacerdoti di loro stessi, tutti lavati nello spirito dal rito della catarsi.
Lo spazio scenico li nutriva col sangue, le lacrime, le risate di pancia e li rinvigoriva. C’era il mistero del dionisiaco.
Il popolo romano ci si recava più leggero: senza preoccupazioni, andava a godere dello spettacolo d’intrattenimento con lo scopo unico di tornare a casa divertito e d’ottimo umore, con la speranza di trovare da far bene, magari, sotto le arcate dei fornices, che qualche puttana bella e forte si trovava sempre.
Per quello che desidero fare io è necessario muoversi in entrambi i mondi, entrambe le realtà: non è possibile pensare, per quanto mi riguarda, a un’arte della scena – ma non solo, immagino una letteratura, un’arte visiva e, persino, il gioco d’azzardo – che prescinda dal sacro.
La creazione, anche di una cosa minuscola, è sempre un miracolo.
Allo stesso tempo, però, necessariamente, il sacro non deve diventare monumentale, sbattuto sotto gli occhi, rivelato, innalzato, sottolineato per essere adorato.
Sarebbe arrogante.
Deve rimanere sottile e non essere mai preso sul serio, nascosto e non ostentato: non il seggio pesante di Zeus, ma la risata beffarda di Dioniso. Se è vero, almeno, che il sacro è “qualcosa che non si può dire” e io lo penso.Quello che deve emergere è l’intrattenimento, la gioia per la gioia di seguire una storia, un’emozione, un disegno tracciato, che di colpo si spalanchi su qualcosa che tolga il fiato, per poi chiudersi immediatamente dopo.
Tamen in hoc genere saepe ipse vidi, ut ex persona mihi ardere oculi hominis histrionis videretur. (Cicerone, De Oratore – 11, 193)
Quello che fa venire i brividi è l’accortezza, l’attenzione al dettaglio: è sempre la cura per i particolari che fa squisito uno stile, non è forse vero?
Cicerone osserva con la capacità di osservazione di un bambino, che da adulti diventa sempre più fioca: io ricordo di dettagli importantissimi, nella mia infanzia, che ho finito per dimenticare. Per qualche ragione, poi, se mi ci imbatto senza pensarci e il ricordo della mia attenzione di bambina mi colpisce come uno schiaffo: la crepa del muro su cui mio padre mi faceva giocare all’equilibrista, che mi rimandava intuitivamente, e senza alcuna ragione apparente al concetto della morte, dell’ineluttabilità: conoscevo il suo percorso e il suo disegno alla perfezione; il profilo del lupo stilizzato che formavano le irregolarità delle piastrelle nel corridoio; il serpente che invece sembra una collana nel ritratto di donna appeso in camera dei miei genitori.
Ogni dettaglio è un universo intero.
I pittori fiamminghi non hanno davvero inventato niente.
Forse hanno domandato ai loro figli.
Per dirla tutta riguardo a questo argomento, si meraviglia Cicerone, spesso ho notato come, dietro la maschera, gli occhi degli attori sembrassero fiammeggianti.
Intanto scopro che detesto la mancanza di cura, non sopporto il “tanto per fare”. Spesso il disagio nasce dall’assenza di dolcezza nell’accostamento dei dettagli, nella non attenzione, nella mancanza tremenda di calore e di piacere. Quando si prepara qualcosa perché va fatta, senza gusto, salta agli occhi la negligenza, l’indifferenza. Dà l’impressione che non ci sia niente di importante di cui curarsi e questo significa che non ci sia nulla di importante in senso più stretto. Così, penso, cadono perfino gli dèi: svuotati dell’amore e dell’attenzione.
E se cadono perfino gli dèi, cosa può succedere a chi è solo umano?
Ultimamente ho spesso questa sensazione, in casa, in famiglia: non importa che le cose vengano fatte al meglio, tanto sono fatte; se un piatto è freddo e poteva invece essere caldo, a chi importa? Se adesso l’azalea è rovinata e i fiori sono sparsi per terra, perchè della sua cura non si è fatto attenzione, che differenza fa, basta spazzare, l’azalea non è sempre lì? Se mi parli, ma non ti guardo negli occhi, non ti ascolto forse lo stesso?
Entro senza bussare dove ti stai spogliando, senza domandare, perchè, ti dà fastidio?
Questo mi sgomenta.
Sento di perdere valore. Per quanto lotti contro questa sensazione e cerchi di razionalizzarne i motivi – vita frenetica, stanchezza, pensieri per la testa – non riesco a non avvertire il disagio, il freddo, la rabbia che questa situazione comporta. Mi paralizza nelle azioni come nei propositi. Mi pietrifica.
Non valendo lo sforzo per coloro che vivono con me, ho la mostruosa sensazione di non valerlo affatto.